“È molto, molto meglio avere un saldo ancoraggio nell’assurdo che prendere il largo nei mari agitati del pensiero.” – John Kenneth Galbraith
Da alcune settimane considero un’idea scomoda: che il futuro sia già segnato da pressioni sistemiche che rifiutiamo di riconoscere. Un flusso recente di riflessioni ha cristallizzato quest’ansia in una verità dolorosa, soprattutto per noi europei.
Sono nato e cresciuto tra 4 paesi chiave d’Europa [Lussemburgo, Francia, Inghilterra e Italia] alla fine degli anni Ottanta, proprio quando cadeva il Muro di Berlino, e non potevo non innamorarmi della visione romantica e unificante dell’Unione Europea. Allora l’Europa sembrava un’idea promettente, destinata a diventare più della semplice somma delle sue parti!
Molti anni dopo mi sono ritrovato di nuovo a vivere nel Regno Unito [per lavoro] quando è arrivata la Brexit. All’epoca pensai: “E adesso come competiamo con la Cina?”.
Mi sbagliavo: il pericolo stava dentro casa, tra quelli che sembravano i nostri alleati più stretti. I recenti terremoti geopolitici fanno emergere un pattern che sta prosciugando il mio entusiasmo per il “sogno europeo”.
Il vecchio continente ha in gran parte trattato le guerre e le crisi come problemi lontani. Ma queste tensioni si intensificano invece di affievolirsi e finiscono per condizionare la politica europea.

Il punto è che oggi l’Europa è presa “tra due fuochi”, un campo di battaglia letterale e metaforico per gli interessi strategici di Stati Uniti e Russia. La tesi di fondo è che entrambe le superpotenze, per ragioni diverse, preferiscono attivamente un’Europa divisa e indebolita. Non vogliono un pari, vogliono una zona cuscinetto, un mercato, una costellazione di stati clienti. Non è una teoria del complotto, è un’analisi razionale delle dinamiche di potere. E conduce a una conclusione insieme radicale e inevitabile: l’attuale struttura dell’Unione Europea è progettata per servire gli interessi di potenze esterne, non quelli degli europei.
Sarò diretto: l’unico modo per uscire da questa trappola è trasformare l’UE in una vera confederazione di nazioni, un’entità sovrana capace di scegliere il proprio destino.
Spiegherò le forze che lavorano contro di noi e perché la confederazione non è un sogno ideologico ma una necessità pragmatica.
Capitolo 1: una marionetta degli Stati Uniti?
Gli Stati Uniti vogliono un’Europa abbastanza forte da essere un partner economico vitale e un cuscinetto contro la Russia, ma non così unita da diventare una rivale geopolitica. È la teoria di Riccioli d’Oro della politica estera: non troppo debole, non troppo forte, ma giusta per servire gli interessi americani.
Questo si ottiene con una strategia doppia. Da un lato, gli USA mantengono la dipendenza europea in materia di sicurezza attraverso la NATO, assicurandosi che restiamo un mercato primario per gli armamenti americani. Dall’altro, minano sottilmente l’unità politica. Basti pensare alla US National Security Strategy, che parla di “aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria” e al ruolo del sostegno a partiti “patriottici” (euroscettici) per mantenere il blocco diviso [2].
Che sia una policy esplicita o il risultato emergente dell’approccio “America First”, l’effetto è lo stesso. Lo abbiamo visto con i dazi dell’amministrazione Trump e le minacce sulla Groenlandia, trattando gli alleati NATO come avversari [3]. Lo vediamo nel fatto che, senza la leadership USA, l’Europa spesso resta paralizzata sulla scena mondiale.
“Essere nemico dell’America può essere pericoloso, ma esserne amico è fatale.” – Henry Kissinger
Questa non è una posizione antiamericana. È una posizione pro-europea. Gli Stati Uniti agiscono nel proprio interesse razionale. Il problema è che noi no. Una confederazione con una politica estera unificata e una forza militare indipendente [una vera Armata Europea] è l’unico modo per cambiare questa dinamica. È l’unico modo per passare dall’essere un asset strategico per Washington all’essere un attore strategico a pieno titolo.

Machiavelli lo aveva capito cinque secoli fa. Nel Principe avvertiva che affidarsi alle armi altrui è la via più sicura alla rovina. “I mercenari e gli ausiliari sono inutili e pericolosi”. “Se uno fonda il suo Stato su queste armi, non starà né saldo né sicuro”. L’Europa, nella sua dipendenza dalle garanzie di sicurezza americane, è diventata esattamente il tipo di Stato contro cui Machiavelli metteva in guardia: forse prospero, ma fondamentalmente insicuro, con il proprio destino nelle mani di una potenza straniera i cui interessi non coincidono con i nostri.
Capitolo 2: un covo di vipere per la Russia?
Se gli USA vogliono un’Europa dipendente, la Russia la vuole caotica. Questo secondo capitolo riguarda la strategia di lungo corso di Mosca: sostenendo finanziariamente e ideologicamente una costellazione di partiti euroscettici, nazionalisti e di estrema destra in tutto il continente, la Russia può paralizzare l’UE dall’interno.

Dalla Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia all’AfD in Germania fino a vari partiti in Austria e in Italia, l’obiettivo è lo stesso: seminare divisione, minare la fiducia nelle istituzioni democratiche e impedire un fronte europeo unito [4]. Un’Europa frammentata non può contrastare in modo efficace l’aggressione russa, che sia la guerra brutale in Ucraina, la guerra ibrida o le interferenze elettorali.
Il requisito di unanimità dell’UE in politica estera è la vulnerabilità chiave che la Russia sfrutta. Trasforma il blocco in un “covo di vipere”, dove un solo governo filorusso può porre il veto su qualsiasi azione significativa, tenendo in ostaggio di fatto la politica estera di 450 milioni di persone.
Antonio Gramsci, filosofo marxista italiano, ha scritto molto di “egemonia culturale”: il potere si mantiene non solo con la forza, ma con il controllo di idee e narrazioni. La Russia lo ha capito benissimo. Non ha bisogno di invadere l’Europa occidentale, le basta plasmare l’ambiente informativo, far dubitare gli europei delle proprie istituzioni, dei propri valori, del proprio futuro. Un’Europa frammentata non è solo più facile da manipolare, è un’Europa che ha già perso la battaglia per la sua anima.
Qui il caso per la confederazione è semplice: abolire il veto nazionale. In una confederazione, la politica estera sarebbe decisa a maggioranza qualificata [lo so, è difficile immaginare chi sarebbero i “qualificati”, ma si può definire una soglia e affrontare i dettagli in un secondo momento]. Questo non cancellerebbe gli interessi nazionali, ma impedirebbe a uno stato solo, magari agendo per conto di una potenza esterna, di sabotare la sicurezza collettiva dell’intero continente.
Capitolo 3: il dilemma dell’Europa: la nostra debolezza autoimposta
Questo terzo capitolo punta il dito su di noi. Le potenze esterne possono sfruttare solo le debolezze che noi permettiamo di esistere. E in Europa ci sono diverse vulnerabilità critiche, autoimposte:

Non sono problemi separati, sono sintomi interconnessi di un’unica malattia: l’assenza di una vera unione politica. Sono le crepe nelle fondamenta che i nostri avversari sfruttano con tanta abilità.
Il sociologo Niklas Luhmann descriveva la società moderna come un sistema di sottosistemi interconnessi, ognuno con una propria logica. Il problema dell’UE è che è un sistema pensato per coordinare, non per agire. Può armonizzare le regole e gestire un mercato unico, ma non può agire come un’entità politica unitaria perché non è mai stata progettata per farlo. La sua stessa architettura (le regole di unanimità, le presidenze a rotazione, la diffusione del potere) è stata costruita per rassicurare gli stati nazionali che non stavano cedendo sovranità. Il risultato è una struttura sovrana solo di nome, potente sulla carta ma impotente nella pratica.
Una confederazione è l’unica risposta complessiva. Significherebbe una vera Unione dell’Energia che investe massicciamente in rinnovabili e diversificazione, trattando la sicurezza energetica come sicurezza continentale. Significherebbe un’Esercito Europeo con acquisti congiunti, mettendo fine all’assurdità di decine di sistemi d’arma diversi e non interoperabili. Significherebbe una struttura politica snella in cui un esecutivo eletto direttamente può decidere in modo rapido ed efficace. Significherebbe infine un nuovo racconto europeo capace di ispirare i cittadini e dare loro una quota di futuro condiviso, andando oltre il burocratese di Bruxelles.
La scelta inevitabile
La verità scomoda è che l’Unione Europea, così com’è, è un sistema perfettamente progettato per essere gestito da potenze esterne. Le sue debolezze non sono bug, sono feature, per tutti tranne che per gli europei.
Siamo prigionieri di una trappola geopolitica costruita da noi. Ma come ricordava il filosofo Karl Popper, “Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da tutti noi. Dipende da ciò che tu ed io e molti altri uomini e donne stiamo facendo e faremo, oggi, domani e dopodomani”.
La strada verso una confederazione è irta di difficoltà. Richiede un salto di fiducia che suona alieno alla nostra epoca cinica. Probabilmente inizierà con una “coalizione dei volenterosi”, un gruppo di paesi che apre la via [come fecero Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo all’inizio di questo progetto], e incontrerà una forte resistenza da interessi nazionali consolidati.
Ma l’alternativa non è più lo status quo. È lo scivolamento lento nell’irrilevanza: un futuro in cui l’Europa non è un polo di potere globale, ma un museo curato e un mercato gestito. La scelta è tra prendere in mano il nostro destino o farcelo decidere a Washington e a Mosca.
Per decenni abbiamo solcato “i mari agitati del pensiero” di Galbraith senza trovare un’ancora. Forse l’ancora non è un luogo, ma una decisione. La decisione di diventare finalmente ciò che per tanto tempo abbiamo solo finto di essere: uniti. Vi lascio con una domanda:
Se entrambe le superpotenze traggono beneficio da un’Europa debole, chi costruirà un’Europa forte se non noi?
Riferimenti
[1] Nova Lectio. “Perché a nessuno conviene un’Europa forte e unita.” YouTube, 19 gen. 2026,
[2] The White House. “National Security Strategy.” ottobre 2025. (Come citato nel video).
[3] Wintour, Patrick. “Western alliance hangs in balance as Europe stiffens itself against Trump’s threats.” The Guardian, 18 gen. 2026,
[4] Polyakova, Alina, and Daniel Fried. “Putin’s asymmetric assault on democracy in Russia and Europe.” Brookings Institution, gennaio 2019,

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