Il futuro mi ha sempre affascinato, ma non nel senso della sfera di cristallo e delle auto volanti (ok, sugli Hoverboard forse sì, lo ammetto). La mia ossessione sono le correnti nascoste, le pressioni invisibili che plasmano il mondo attorno a noi. Spesso ci sentiamo alla deriva in un mare di caos, sballottati da eventi casuali. E se quel caos avesse una logica? E se il futuro non fosse un mistero da risolvere, ma una reazione da prevedere?
È la premessa provocatoria di un video recente di Chase Hughes, ex esperto di scienze comportamentali della US Navy, intitolato “2026 Is Already Decided” [1]. Hughes sostiene che i grandi cambiamenti che vedremo nei prossimi due anni non sono eventi casuali, ma le convulsioni prevedibili di un sistema globale sotto immensa pressione. La sua idea centrale, che risuona molto con il mio modo di pensare, è semplice ma potente:
Non prevedere gli eventi, prevedi la pressione
Attraversiamo otto previsioni non da pubblico passivo ma da lettori critici. Rimuoveremo gli strati e andremo al fondamento filosofico che lega pronostici solo in apparenza disparati.
Capitolo 1: la nuova guerra fredda con la Cina
Vedremo un conflitto crescente con la Cina, ma non come te lo immagini. Dimentica le scene da film della guerra aperta. Questo scontro sarà una guerra di pressione, combattuta su logistica, economia e cyber disruption. Pensa a un boa costrittore globale che stringe piano per forzare la conformità.

“Il conflitto si manifesterà come ‘pressione’ economica e logistica (per esempio ritardi nelle spedizioni, disruption cyber) per forzare la compliance, più che come guerra aperta.”
È un’applicazione classica della teoria dei sistemi. Un sistema sotto pressione (in questo caso, la rivalità geopolitica) cercherà il percorso di minor resistenza per raggiungere i propri obiettivi. La guerra aperta è costosa e imprevedibile. Una campagna sostenuta di attrito logistico, invece, può destabilizzare l’avversario dall’interno, ottenendo il risultato desiderato senza sparare un colpo. È una guerra di mille piccoli tagli, pensata per sfiancare e sottomettere.
Capitolo 2: la singolarità creativa, l’AI sostituisce l’artista
Questa previsione tocca da vicino molti di noi. Hughes sostiene che l’AI sostituirà una quota significativa di professionisti creativi (scrittori, designer, musicisti) non perché sia più creativa, ma perché è più economica, veloce e obbediente. Non è questione d’arte, è l’industrializzazione della creatività.

Questo cambio segna una crisi filosofica profonda. Se l’arte è uno degli ultimi bastioni dell’unicità umana, cosa succede quando diventa un output mercificato di una macchina? È un sintomo di ciò che il filosofo John Vervaeke chiama “crisi di significato” [2]. Stiamo perdendo le pratiche che ci collegavano a scopo e meraviglia. La fatica dell’artista, il processo creativo disordinato, inefficiente e profondamente umano, viene sostituito da un’efficienza senza attrito e senza anima. La domanda non è se l’AI possa creare arte, ma cosa faccia la produzione di massa della creatività sintetica allo spirito umano.
Capitolo 3: l’epidemia della suggestionabilità
Dopo il Covid-19, siamo entrati in quella che molti chiamano l’epidemia di solitudine, alimentata da attrito sociale e polarizzazione politica. Ma c’è una svolta inquietante: questo isolamento crescente renderà le persone più “ipersuggestionabili”.

“L’‘attrito’ sociale e la politicizzazione aumenteranno la solitudine, rendendo le persone più ‘ipersuggestionabili’.”
Da un punto di vista filosofico, la solitudine non è solo assenza di compagnia, è una “dislocazione ontologica” [3]. È lo strappo del sé dal tessuto sociale che ci dà contesto e significato. Un individuo isolato è un sistema a uno, tagliato fuori dai feedback della comunità e della conversazione. In questo stato di disconnessione, diventiamo vulnerabili a qualsiasi narrazione offra appartenenza o certezza, per quanto distorta. La solitudine, in questo schema, non è un fallimento personale ma una caratteristica sistemica che predispone la popolazione all’influenza.
Capitolo 4: il terapeuta AI ti riceve ora
Con l’isolamento che si approfondisce, l’AI diventerà l’interfaccia primaria per la salute mentale. Sembra una soluzione logica, persino benevola, a una crisi crescente. Ma apre domande etiche enormi.

Chi possiede i dati di queste sessioni terapeutiche? Cosa succede quando il confine tra guida e influenza si sfuma? Un terapeuta AI, programmato da un’azienda o da uno Stato, potrebbe essere lo strumento di controllo sociale più potente mai inventato. Potrebbe “guidare” in modo sottile le persone verso pensieri e comportamenti approvati dal sistema, tutto sotto il cappello del benessere. Non è una cospirazione, è l’esito logico di un sistema che mira a gestire il malcontento della sua popolazione con la massima efficienza.
Capitolo 5: la fine della realtà
Se sei tra i pochi che ancora fanno doomscrolling su Instagram o TikTok, avrai notato che siamo circondati da contenuti artificiali così convincenti da rendere la realtà stessa negabile. Quando tutto può essere falsificato, il concetto di verità oggettiva crolla. In questo caos epistemico, le persone si ritireranno nella sicurezza di narrazioni familiari, identità tribali e autorità “fidate”.

È l’espressione estrema di un sistema che si adatta al sovraccarico informativo. Invece di distinguere il vero dal falso, compito sempre più impossibile, si sceglierà una realtà che “suona” coerente e sicura. Nasce così una società di bolle di realtà autosufficienti e reciprocamente inintelligibili, che rende impossibile qualsiasi costruzione di senso collettiva. È l’equivalente digitale della caverna di Platone, dove scegliamo le nostre ombre da guardare sul muro.
Capitolo 6: il grande isolamento
Forse la previsione più inquietante è che si verificherà un evento importante tale da far sembrare l’isolamento sociale una scelta ragionevole, persino volontaria. Che si tratti di una crisi sanitaria, di una minaccia alla sicurezza o di altro, l’esito sarà lo stesso: la normalizzazione di un’esistenza disconnessa.

È un esempio di adattamento sistemico. Un sistema che trae beneficio da una popolazione disconnessa e suggestionabile finirà per creare le condizioni per produrla. Presentando l’isolamento come scelta per sicurezza o comodità, il sistema cooptare i nostri istinti di sopravvivenza. Saremo portati a scegliere le condizioni stesse che ci rendono più gestibili.
Capitolo 7: lo smascheramento di Oz
Con l’accelerazione di queste tendenze, le operazioni psicologiche (psyops) diventeranno sempre più visibili. I fili del burattinaio non saranno più nascosti. La strategia passerà dalla persuasione diretta alla modellazione dell’ambiente informativo stesso, una forma di meta-manipolazione.

“Man mano che le campagne di influenza diventano più ovvie, passeranno dalla persuasione diretta alla modellazione dell’ambiente informativo stesso.”
È un passaggio dal controllo del messaggio al controllo del contesto in cui i messaggi vengono ricevuti. Una forma di potere più sofisticata, che riconosce la consapevolezza delle persone di essere manipolate ma le rende incapaci di uscirne. Quando non puoi fidarti dell’aria che respiri, dipendi dal sistema perché te ne fornisca una versione filtrata.
Capitolo 8: il ritorno a sé
Infine, in una svolta che offre un barlume di speranza, Hughes prevede che le sostanze psichedeliche diventeranno mainstream. Non come tendenza ricreativa, ma come risposta necessaria all’erosione sistemica di identità e significato. Gli psichedelici saranno adottati come strumento di “riparazione”, un modo per “sentirsi di nuovo umani”.

È la valvola di sfogo del sistema. Dopo aver smontato sistematicamente le fonti esterne di significato (comunità, arte, la realtà stessa) il sistema offrirà una soluzione interna. Un paradosso interessante: una tecnologia della mente usata per controbilanciare gli effetti alienanti di altre tecnologie. Indica un bisogno umano profondo di esperienza autentica, un bisogno così potente da tornare comunque nel mainstream, anche se deve essere medicalizzato e messo in commercio.
La teoria unificante: soluzione o aggiustamento?
Alla fine, Hughes lega insieme tutte e otto le previsioni con una domanda semplice e potente, che dovremmo applicare a ogni novità che vediamo:
“Sembra una vera SOLUZIONE o un AGGIUSTAMENTO sistemico pensato per normalizzare condizioni nuove, spesso meno desiderabili?”
È la lente critica con cui dobbiamo guardare il futuro. Stiamo risolvendo i nostri problemi, o ci stiamo semplicemente adattando a una realtà più ristretta? Stiamo costruendo un mondo migliore, o stiamo diventando solo più comodi in una gabbia scelta da noi?
Il lavoro di pensatori come Niklas Luhmann sulla teoria dei sistemi sociali [4] insegna che i sistemi complessi non sono intrinsecamente benevoli. Non ottimizzano per il benessere umano, ottimizzano per la propria sopravvivenza e stabilità. Le tendenze che Hughes individua non sono una cospirazione ordita da una cabala nell’ombra. Sono proprietà emergenti di un sistema adattivo complesso che risponde alla pressione.
La mia uscita dal mondo corporate è stata spinta da una realizzazione simile, su scala più piccola: i sistemi che costruiamo spesso finiscono per controllarci in modi che nemmeno riconosciamo. La sfida, per noi come individui e per la società, è diventare consapevoli di queste forze sistemiche. Si tratta di riprenderci l’agenzia, non combattendo il sistema frontalmente, ma capendone la logica e imparando a navigarlo con intenzione.
Il futuro può essere già deciso, ma la nostra risposta no. Ed è in quella risposta che sta la nostra libertà.
Riferimenti
- [1] Hughes, Chase. “2026 è già deciso: cosa accadrà.” YouTube, 16 gen. 2026
- [2] Vervaeke, John. “Risvegliarsi dalla crisi di significato.” YouTube
- [3] APA Online. “Solitudine e filosofia: la dislocazione ontologica della solitudine.” 15 lug. 2024
- [4] Luhmann, Niklas. Social Systems. Stanford University Press, 1995

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